Il giorno 8 Maggio 2026, dalle ore 9.30 alle ore 17.30, si è svolto il congresso internazionale “Educare alla resistenza – Sostenibilità pedagogiche contro odio, violenza ed esclusione” , presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi della Tuscia, Via Santa Maria in gradi 4- Viterbo.
L’evento è stato promosso dal gruppo SIPED (Sostenibilità Pedagogiche contro odio, violenza ed esclusione), in collaborazione con il Dipartimento di Scienze giuridiche, sociali e pedagogiche dell’Università degli Studi della Tuscia, con il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre, con la Facultad de Educación de la Universidad de Sevilla e con le Associazioni professionali degli insegnanti Proteo Fare Sapere Roma e Lazio, CIDI e MCE.
Le riflessioni presentate analizzano il fenomeno dell’odio come una costruzione sociale, culturale e politica che attraversa linguaggi, relazioni, ambienti educativi e spazi mediatici. Nonostante l’odio appartenga alla dimensione umana, esso assume forme particolarmente pericolose nel momento in cui viene alimentato e organizzato collettivamente, trasformandosi in esclusione, violenza e processi di disumanizzazione e perdita della propria identità.
Le sessioni tematiche del congresso si soffermano sulle principali questioni che caratterizzano il dibattito pedagogico internazionale contemporaneo. L’obiettivo comune è di interrogare il ruolo dell’educazione nella costruzione di società più giuste, inclusive e democratiche. L’intento principale è quello di sviluppare pratiche pedagogiche capaci di contrastare esclusione e violenza simbolica, con particolare attenzione ai discorsi d’odio, alle questioni di genere, alle pedagogie della relazione e alle didattiche inclusive.
Le aree tematiche presentate:
- Discorsi d’odio, narrazioni tossiche e resistenze educative;
- Generi, identità e corpi tra educazione e diritti;
- Pedagogie della relazione, della cura e dell’empatia;
- Didattiche inclusive, trasformazione sociale e cittadinanza critica.
L’ educazione è dunque chiamata a svolgere un ruolo centrale:
- decostruire i meccanismi che favoriscono i discorsi d’odio
- promuovere modelli di convivenza dove l’inclusione, la giustizia sociale e la cittadinanza attiva sono protagoniste.
Scuola e università sono presentate come luoghi fondamentali per costruire pensiero critico, partecipazione democratica e giustizia sociale. La scuola può riprodurre esclusione oppure contrastarla: Se molti giovani faticano a immaginare il futuro, il compito educativo è costruire con loro condizioni reali di speranza.
Vi è la necessità di analizzare il linguaggio dove si manifestano insulti legati al genere, all’orientamento sessuale, alla disabilità o al corpo: bisogna analizzarli per capire da dove essi provengano e quali immaginari costruiscono. Le parole non descrivono semplicemente il mondo, ma lo costruiscono.
In questo contesto, la scuola viene così presentata come spazio in cui rendere visibili parole, stereotipi e discriminazioni che spesso restano nascoste. Educare contro l’odio significa rendere visibili le parole, i pregiudizi e gli stereotipi che producono esclusione, trasformandoli in responsabilità collettiva, cura e consapevolezza.
È stato inoltre sottolineato come alcune rappresentazioni pubbliche delle donne migranti possano oscillare tra immagini di vittimizzazione e costruzioni simboliche percepite come minaccia, rischiando di ridurre la complessità delle esperienze individuali a categorie rigide e stereotipate.
Da una prospettiva pedagogica emerge quindi la necessità di promuovere pratiche educative capaci di riconoscere l’altro nella sua soggettività, evitando processi di esemplificazione identitaria.
I contributi raccolti evidenziano la necessità di sviluppare competenze critiche, emotive e relazionali capaci di combattere le narrazioni ostili e di favorire una partecipazione democratica e attiva più consapevole.
Attraverso il riferimento alle pedagogie nonviolente e alle prospettive critiche dell’educazione, emerge un’idea di formazione orientata al dialogo, alla responsabilità e alla trasformazione sociale.
In dialogo con la pedagogia emancipativa di bell hooks e con il pensiero di Paulo Freire, l’educazione viene intesa come pratica etico-politica di resistenza, capace di interrogare le molteplici forme di oppressione che attraversano la società. L’educazione, come sostiene Freire, non può essere considerata una pratica neutrale, ma, al contrario, un’ espressione diretta delle dinamiche di potere e dominio che strutturano la società. Inoltre, può diventare una pratica di libertà quando permette agli individui di sviluppare una coscienza critica della realtà sociale e di riconoscersi come soggetti capaci di trasformarla.
Educare alla resistenza significa non accettare come inevitabile la disumanizzazione del presente: parlare di resistenza in educazione non è retorica, è una necessità!
L’educazione viene così ripensata come una pratica collettiva, una relazione di cura, in grado di creare legami, valorizzare le differenze e promuovere forme di resistenza civile.
